Definizione e sintomi
La polimialgia reumatica e l’arterite gigantocellulare sono malattie che hanno uno stretto legame; infatti entrambe colpiscono le persone di mezz’età e frequentemente si manifestano contemporaneamente. Infatti, circa il 20% dei soggetti con polimialgia reumatica ha anche un’arterite gigantocellulare e circa la metà dei soggetti con arterite gigantocellulare ha anche la polimialgia reumatica. Entrambe le malattie sono di tipo infiammatorio e hanno una causa sconosciuta.
La polimialgia reumatica (PMR) è caratterizzata da dolore e rigidità mattutina a carico dei muscoli delle spalle e/o delle anche con importante limitazione dei movimenti (es. pettinarsi, indossare i calzini ed alzarsi da una sedia). Si possono associare febbricola (37-37,5 °C), intensa stanchezza, dimagrimento ed anemia (i cosiddetti sintomi costituzionali). La sintomatologia può insorgere sia in maniera improvvisa sia lentamente, determinando un notevole deterioramento della qualità di vita, in un soggetto in precedenza in pieno benessere. Occasionalmente si può osservare una tumefazione, delle mani e dei piedi, si dovrà quindi escludere una forma di artrite senile. La diagnosi si basa soprattutto sull’ anamnesi, sulla clinica e sull’elevazione degli indici di flogosi (VES e PCR).
L’arterite gigantocellulare (il termine richiama un tipo particolare di cellule che si trova nell’infiltrato infiammatorio che si forma nei vasi colpiti dalla malattia) è un’infiammazione, vasculite, dell’ aorta e dei suoi rami principali. Si manifesta con intenso mal di testa localizzato in genere alle tempie; in circa un quarto dei casi la malattia può provocare perdita transitoria o permanente della vista, a causa dell’infiammazione di alcune arterie dell’occhio. All’esame clinico si possono apprezzare indurimento, dolorabilità ed eventualmente assenza di pulsazioni delle arterie temporali (che si palpano proprio di lato alle tempie).
La diagnosi può essere confermata con una biopsia dell’arteria temporale.
Terapia
Nella terapia della PMR il farmaco di scelta è il cortisone , che determina una quasi immediata scomparsa dei sintomi. La rapida risposta alla terapia cortisonica conferma ulteriormente il sospetto diagnostico di PMR. La terapia di solito si protrae per 1-2 anni; la riduzione del cortisone deve essere molto graduale e basata sul controllo dei sintomi e degli esami di laboratorio. Un dosaggio troppo basso di cortisone o la sua sospensione precoce determinano la recidiva della malattia; in circa 1/3 dei soggetti la PMR può ricomparire entro 3 anni dall’esordio, nonostante il regime terapeutico corretto.
Anche per l’arterite di Horton si usano i cortisonici, ma ad un dosaggio più alto; la terapia con il cortisone viene iniziata anche solo in base ad un sospetto clinico per il rischio di cecità insito nella malattia. Anche in questo caso il cortisone va ridotto con estrema gradualità e prudenza, sempre basandosi sui sintomi e sugli esami di laboratorio.
Va infine ricordato che alla terapia con cortisone va sempre associata una terapia con calcio, vitamina D (per contrastare l’osteoporosi causata dal cortisone e per non aggravare l’osteoporosi che colpisce frequentemente i soggetti in questa fascia di età) ed eventualmente farmaci gastroprotettori.