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Spondilite anchilosante


Definizione e sintomi
La spondilite anchilosante (SA) è una malattia infiammatoria cronica che colpisce prevalentemente la colonna vertebrale e il bacino. La malattia esordisce generalmente tra i 20 e i 30 anni di età ed è 3 volte più frequente nel maschio. Si stima che in Italia la patologia interessi circa 30000 pazienti.
La causa scatenante della SA non è stata ancora del tutto chiarita, anche se le ipotesi più accreditate ad oggi prevedono che l’interazione tra una predisposizione genetica (legata all’antigene HLA-B27) e un’infezione non meglio precisata possa produrre una disfunzione del sistema immune capace di generare un processo infiammatorio cronico a carico delle sedi interessate dalla malattia.
Il sintomo di esordio più tipico è caratterizzato da dolore lombosacrale, più spesso notturno, alleviato dal movimento, spesso irradiato posteriormente lungo una delle due cosce (con alternanza di lato), generalmente non oltre il ginocchio (“sciatica mozza alterna”). Con il passare del tempo la sintomatologia dolorosa tende ad estendersi dal basso verso l’alto, coinvolgendo progressivamente gli altri tratti della colonna fino a quello cervicale. Nelle fasi più avanzate della malattia l’infiammazione della colonna vertebrale può esitare nella completa fusione della colonna stessa (colonna a canna di bambù) determinando un profondo grado di disabilità.
Spesso sono inoltre presenti quadri entesitici, ovverosia infiammazioni della zona di inserzione di un tendine o di una fascia nell’osso (ad es. tendine di Achille o spina calcaneare). Più raramente (soprattutto nel sesso femminile) può essere presente un’infiammazione di articolazioni periferiche (principalmente spalle, anche, ginocchia, caviglie), che possono presentarsi calde, arrossate, gonfie e dolenti. Oltre ai suddetti interessamenti muscolo-scheletrici, la SA può essere complicata dalla presenza di numerose manifestazioni extrascheletriche a livello polmonare, cardiaco e oculare (ad esempio uveite anteriore, l’infiammazione di una parte dell’occhio a carattere recidivante).

Diagnosi
La diagnosi di SA viene posta dallo specialista reumatologo e si basa essenzialmente sulla storia clinica del paziente, sull’esame obiettivo, sulla presenza di tipiche alterazioni delle sedi interessate alle indagini strumentali (risonanza magnetica e radiografia tradizionale) e sugli esami di laboratorio (incremento degli indici di flogosi quali VES e PCR, negatività di fattore reumatoide e anticorpi anti-CCP, frequente positività all’antigene HLA-B27). L’esordio della SA è spesso insidioso e la malattia viene spesso confusa con una comune lombosciatalgia, portando ad un ritardo nella diagnosi anche di anni.

Terapia
Il trattamento della SA è basato sull’utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei, che si sono dimostrati efficaci nel ridurne le manifestazioni cliniche principali. Quelli più comunemente utilizzati sono indometacina, diclofenac, naprossene e celecoxib. I corticosteroidi e i cosiddetti “farmaci di fondo” (quali sulfasalazina e methotrexate) hanno mostrato un’efficacia molto limitata nella terapia della SA, agendo esclusivamente sui sintomi articolari periferici ma non su quelli a carico della colonna vertebrale. Recentemente, l’utilizzo di farmaci biologici diretti contro il TNFα, una citochina chiave del sistema immunitario in grado di perpetuare l’infiammazione e favorire il danno articolare, ha permesso un ulteriore progresso nella terapia dei pazienti con SA determinando un miglioramento significativo nel controllo dell’attività della patologia oltre che nell’infiammazione articolare. Attualmente, gli antiTNFα utilizzabili per il trattamento della SA sono etanercept, adalimumab, infliximab e golimumab.
La terapia fisica (fisiokinesiterapia) è parte integrante del trattamento allo scopo di prevenire e correggere le limitazioni funzionali e migliorare il tono muscolare.

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