Tutto quello che avreste voluto sapere sul CAREGIVER (ma non avete mai osato chiedere)
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Tutto quello che avreste voluto sapere sul CAREGIVER (ma non avete mai osato chiedere)

Caregiver, chi era costui?

Mi sono precipitata a cercare la definizione: è un termine anglosassone ormai entrato nell’uso comune e indica “colui che si prende cura”, riferito ai familiari che assistono un loro congiunto ammalato o/e con handicap.
Ossignore, ho anch’io un careviger – anzi, più di uno! Mi sono sentita lusingata dall’utilizzo di questo termine così mondiale che definisce con una sola parola ciò che i miei familiari fanno da 23 anni nei miei confronti e ho incominciato a rifletterci sopra. Ho scoperto che ho un caregiver che preferisco in assoluto: non lo nomino, ma sappiamo chi è.

Il mio caregiver preferito vive con me da 25 anni e per me ha fatto di tutto, dal cucinare al portarmi in vacanza, dal passare l’aspirapolvere all’aggiustare oggetti in casa, dal ridere al piangere.
Nell’immaginario collettivo il caregiver, soprattutto se uomo, è un santo. Eh già, sembra che la vita sia contro di lui!
“Poverino, oltre ad andare al lavoro deve fare la spesa, stendere, passare l’aspirapolvere”, e chi più ne ha più ne metta. Io solitamente rispondo: “Lo fanno tante persone: le donne con famiglia, i single uomini e donne” e concludo sempre con “E comunque esiste il divorzio” per divertirmi a scioccare qualche benpensante.

Vorrei però precisare che un caregiver può anche essere pesante da sopportare, soprattutto quando ti ricorda quello che puoi o non puoi fare a causa della tua malattia; certo, perché il caregiver è presente proprio quando vorresti trasgredire i consigli della reumatologa e se volgi il viso al sole per assaporarne i raggi... lui sa che stai facendo una cosa che non dovresti fare, per un po’ non dice niente e dopo qualche minuto senti: “Il soleeeeeeeeeeeeeeeee”.
Oppure, tanto per fare un altro esempio: sei in un periodo di riacutizzazione della fibromialgia e quindi sei anche più dolorante, non dormi e sei nervosa, stressata e antipatica più del solito. Con tutto ciò il tronchetto della felicità in salotto, alto fino al soffitto, decide di piegarsi sul tavolo da pranzo: la prima reazione è la caduta di due lacrime, poi ti fermi a pensare e decidi di strappare lo stelo e buttarlo in discarica, ma... proprio in quel momento rientra il caregiver, accidenti a lui!
L’avevi mandato a comprare qualcosa perché, dato che in questo periodo non ti va bene niente, trovi difetti in tutto ciò che c’è in casa e lui fa di tutto per procurarti ciò che gli chiedi; gli mostri la pianta piegata in due e proponi di strappare lo stelo e... “Ma come? Perché lo vuoi strappare? Possibile che in questa casa sia tutto da buttare via? ecc. “
Quello che lui non sa è che preferiresti strappare uno stelo piuttosto che chiedergli di andare a comprare un bastone per legare e sorreggere la pianta, ma tant’è; ti fai coraggio per l’ennesima volta e glielo dici, perché ormai sai che se non glielo chiedi è peggio.
E lui cosa fa? Incomincia a prendere le misure, ti chiede cosa è meglio fare, guarda la pianta e si attiva per trovare la soluzione; il giorno dopo torna a casa con due bastoni e, sorridendo, dice che ne ha comprati due così puoi scegliere quello che va meglio e ti prende in giro con lo sguardo.

Non pensiate che il mio caregiver sia sempre a mia disposizione! Una volta in cui gli ho chiesto di svitare il lampadario dal soffitto mi ha risposto che doveva riposare; non ha mai voglia di spolverare la sua collezione (circa una trentina) di automobiline; non spolvera; non lava i pavimenti; non lava i vetri; non fa il bucato, non stira: cosa direbbe un uomo di una donna - sana - che non fa queste cose? Ho sentito uomini criticare le loro compagne per molto meno. 
Conosco un caregiver che, per spiegare il motivo per cui fa volontariato in ALOMAR ONLUS, dice: “Si inizia per dare una mano a chi ha bisogno e ti sta accanto, ma lungo il cammino ci si accorge delle storie e delle sofferenze di tanti altri che soffrono e forse hanno più bisogno di te. Ti emozioni, ti senti colpevole perché non sei come loro, incapace e impotente nel risolvere i loro problemi.”
Concludo con un messaggio dedicato ai caregivers: non siete perfetti, nessuno lo è, ma siete perfetti per noi. Non sentitevi in colpa, colpe non ce ne sono: vivete giorno per giorno, prendetevi i vostri spazi fuori casa e sappiate che anche litigare per un lampadario può essere divertente!
 
Sei il caregiver di una persona che ha patologie reumatiche? Scrivi un testo che racconti il tuo punto di vista e mandalo a redazione.alomar@gmail.com , indicando il tuo nome, indirizzo mail e recapito telefonico.  
 


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